lunedì 25 giugno 2018

10. M. FOUCAULT


“Forse, un giorno, non sapremo più esattamente che cosa ha potuto essere la follia.” […] 
Resterà soltanto un enigma di questa Esteriorità. Quale era dunque, ci si domanderà, questa strana delimitazione che è stata alla ribalta dal profondo Medioevo sino al ventesimo secolo e forse oltre? Perché la cultura occidentale ha respinto dalla parte dei confini proprio ciò in cui avrebbe potuto benissimo riconoscersi, in cui di fatto si è essa stessa riconosciuta in modo obliquo? Perché ha affermato con chiarezza a partire dal XIX secolo, ma anche già dall’età classica, che la follia era la verità denudata dell’uomo, e tuttavia l’ha posta in uno spazio neutralizzato e pallido ove era come annullata?”

(M. Foucault)

Michel Foucault, con la Storia della follia (opera pubblicata nel 1961) , presenta il suo progetto più ambizioso ed acclamato: tracciare una grande genealogia della follia, attraverso la ricostruzione del suo profilo storico e l’attualizzazione di un’immagine che giunge a ricoprire un piano della conoscenza molto più vasto e pregnante di quanto non possa sembrare. La metodologia di ricerca che qui viene utilizzata, infatti, risulta essere decisamente paradigmatica dell’autore, in quanto fungerà da modello ermeneutico per alcuni dei suoi più importanti scritti successivi, tra cui la Nascita della Clinica e Sorvegliare e punire. L’approccio multidisciplinare (scientifico, sociale, antropologico, filosofico, artistico, etc.), la versatilità delle prospettive d’osservazione dei fatti e la coerenza dell’indagine storica sono tutti elementi che costituiscono il perno centrale dell’atteggiamento Foucaultiano nei confronti della materia trattata; e, senza dubbio, contribuiscono a fondare la validità di una delle figure intellettuali più “complete” del XX secolo. La follia sarà l’oggetto e al tempo stesso il soggetto del discorso, del suo sviluppo e della sua involuzione attraverso le epoche di una Storia che non parla solo di “cose”, ma anche di “fatti”, ai quali non si limita ad attribuire significati, ma li fa significare.
Ora, servendoci di una sintesi incisiva ma (ove possibile) esauriente, ci addentreremo attraverso gli oscuri e tortuosi meandri di una storia che è la nostra, una storia che vuole indagare la realtà delle nostre stesse fondamenta, una storia che dunque non può che ritrarsi dalla luce dell’apparenza, e alla fine riemergere dalla terra sotto spoglie più ambigue e deformi, dove la storia della ragione s’intreccia con quella della sragione, e viceversa, per lasciar spazio ad una Storia della follia.



L'ELOGIO ALLA FOLLIA


TORNA A I FOLLI PERSONAGGI NELLA STORIA DELL'UMANITA'

VAI AL MENU' DEL SITO WEB


L'ELOGIO ALLA FOLLIA

Erasmo ha posto tutto il suo lavoro alla libertà di agire secondo la propria volontà, senza influenze o condizionamenti esterni. La sua figura di intellettuale, sia in campo filosofico che teologico, non  si risolve in maniera completa, ma spesso si lascia guidare dalla necessità della polemica.
Erasmo da Rotterdam ha studiato per primo la Follia e per fare questo, doveva essere anche lui medesimo un Folle. Egli ha posto tutto il suo lavoro alla libertà di agire secondo la propria volontà, senza influenze o condizionamenti esterni. Lo sforzo d’Erasmo da Rotterdam è di mettere sulla stessa linea la fede con l'erudizione e il bello stile, come se fossero valori equivalenti. Vuole affermare la sostanziale identificazione dei valori più autentici del Cristianesimo con la sapienza antica. Cerca quindi di togliere al Cristianesimo le asprezze e le affermazioni assolute. Aveva quindi cercato un equilibrio fra la pura moralità evangelica e la sobrietà e misura pagana;  opposizione tra valori autentici e valori inconsistenti, nell'equilibrio e dominio di se stessi, in contrapposizione con i beni mondani ed esteriori. La satira erasmiana, apparentemente spregiudicata, è densa di motivi etici. Nell’"Encomium" alla Follia celebra le sue glorie e dichiara di voler fare l'elogio di sé come dominatrice del mondo; tutti gli uomini infatti sono a Lei (Follia) obbedienti e tutti contribuiscono al suo successo perché essa domina ovunque: nell'amore, nella guerra, tra i teologi, tra i poeti, tra gli scienziati, tra i filosofi. La Follia in Erasmo prende il nome di "Moria" come la parola latina la identifica nel lessico del suo tempo; nel suo scritto è la Moria stessa a descrivere se stessa come portatrice di allegria piena di spensieratezza che si rileva anche nel linguaggio diretto.Nel suo saggio si riportano numerosi esempi e citazioni a favore della sua grandezza vista e considerata come SORGENTE DI PAZZIA e della sua utilità per la felicità dell'essere umano. Essa in particolare secondo Erasmo si rivela insita nell'uomo fin dall'atto stesso della nascita. E' lei stessa che parla nell'Elogio chiarendo che "qualsiasi cosa dicano di me i mortali, non ignoro, infatti, quando la Follia sia portata per bocca anche dei più folli, ecco qui la prova decisiva che io, io sola, dico, ho il dono di rallegrare gli Dei e gli uomini.

Non appena mi sono presentata per parlare a questa affollatissima assemblea, di colpo tutti i volti si sono illuminati di non so quale insolita ilarità. D'improvviso le vostre fronti si sono spianate, e mi avete applaudito con una risata così lieta e amichevole che tutto voi qui presenti, da qualunque parte m giri, mi sembrate ebbri del nettare misto a nepènte degli Déi di Omero, mentre prima sedevate cupi e ansiosi come se foste tornati dal'altro di Trifonio. Appena m avete notata, avete cambiato subito faccia, come di solito avviene quando il primo sole mostra alla terra il suo aureo splendore, o dopo quando un crudo inverno, all'inizio della primavera, spirano i dolci venti di Favonio, e le cose mutando, di colpo assumono nuovi colori e tornano a vivere visibilmente un'altra giovinezza. Così col mio solo presentarmi sono riuscita a ottenere subito quello che oratori, peraltro insigni, ottengono a stento con lunga e lungamente mediata orazione. Perché poi io sia venuta qui oggi, e vestita in modo così strano, lo saprete fra poco, purché non vi annoi porgere orecchio alle mie parole: non quell'orecchio, certo, che riservate agli oratori sacri, ma quello che porgete ai ciarlatani in piazza, ai buffoni, ai pazzerelli: quell'orecchio che il famoso Mida, un tempo dedicò alle parole di Pan. Mi è venuta infatti voglia di incarnare con voi per un po' il personaggio del sofista: non di quei sofisti, ben inteso, che oggi riempiono la testa dei ragazzi di capziose sciocchezze addestrandoli a risse verbali senza fine, degne di donne pettegole; io imiterò quegli antichi che per evitare l'impopolare appellativo di sapienti, preferiscono essere chiamati sofisti. Ascolterete dunque un elogio, e non di Ercole o di Solone, ma il mio: L'ELOGIO DELLA FOLLIA. Certamente, io non faccio alcun conto di quei sapientoni che vanno blaterando dell'estrema dissennatezza e tracotanza di chi si loda da sé; sia pure Folle quando vogliono; dovranno riconoscere la coerenza; CHE COSA C'E', INFATTI, DI PIU' COERENTE DELLA FOLLIA CHE CANTA LE PROPRIE LODI? CHI MEGLIO DI ME POTREBBE DESCRIVERMI? A meno che non si dia il caso che a qualcuno io sia più nota che a me stessa. D'altra parte io trovo questo sistema più modesto, e non di poco, di quello adottato dalla massa dei grandi e dei sapienti; costoro, di solito, per una falsa modestia, subornano qualche retore adulatore, o un poeta debito al vaniloquio, e lo pagano per sentirlo cantare le proprie lodi, e cioè un sacco di bugie. Così il nostro fiore di pudicizia drizza le penne come un pavone, alza la penne come un pavone, alza la cresta, mentre lo sfacciato adulatore lo va paragonando, lui che è un pover uomo, agli dei, e lo propone quale modello assoluto di virtù, lui che da quel modello sa di essere lontanissimo. Insomma, veste la cornacchia con le penne altrui, fa diventare bianco l'Etiope, e di una mosca fa l'elefante. Io invece seguo quel detto popolare secondo il quale, "chi non prova un altro lo lodi, fa bene a lodarsi da sé." Tuttavia devo esprimere la mia meraviglia per l'ingratitudine, o come dire? Per l'indifferenza dei mortali. Tutti mi fanno la corte e riconoscono di buon grado i miei benefici, eppure, in tanti secoli, non si è trovato nessuno che desse voce alla gratitudine con un discorso in lode alla Follia, mentre non è mancato chi con lodi elaborate ed acconce, e con grande spreco di olio e di sonno, ha tessuto l'elogio a Busiride, di Falaride, della febbre quartana, delle mosche, della calvizie, e di altri flagelli del genere.
.............................
Tutti mi fanno corte e riconoscono di buon grado i miei benefici, eppure, in tanti secoli, non si è trovato nessuno che desse voce alla gratitudine con un discorso in lode alla Follia, mentre non è mancato chi con lodi elaborate ed acconce, e con grande spreco di olio e di sonno, ha tessuto l'elogio di Busiride, di Falaride, della febbre quartana, delle mosche, della calvizie, e di altri flagelli del genere. Da me ascolterete un discorso estemporaneo e non elaborato, ma tanto più vero. Non vorrei però che lo riteneste composto per farvi vedere quanto sono brava, come usa il banco dei retori. Costoro, come sapete, giurano che l'hanno buttata giù, e magari dettata, in tre giorni, quasi per svago. A me, invece, è sempre piaciuto moltissimo dire tutto quello che mi passa in mente. Nessuno, perciò, si aspetti da me che, secondo costume di codesti oratori da strapazzo, definisca la mia essenza, e tanto meno che la distingua analizzandola. Sono infatti cose da malaugurio, sia porre dei confini a colei il cui potere è sconfinato, sia introdurre delle divisioni in lei, il cui culto è oggetto di così universale consenso. Sono come mi vedete, quell'autentica dispensatrice di beni che i Latini chiamano STULTICIA e i Greci MORIA. Da me è lontano ogni trucco; non simulo in volto una cosa, mentre ne ho un'altra nel cuore. Sotto ogni rispetto sono a tal punto inconfondibile, che non posso tenermi nascosta; nemmeno quelli che si arrogano la maschera e il titolo della Saggezza, e se ne vanno in giro come scimmie ammantate di porpora o come asini vestiti della pelle del leone.
.............................
Intendo imitare i retori del nostro tempo, che si credono proprio degli Dei. Tra gli eletti piaceri dei nostri contemporanei, infatti, c'è anche questo: esaltare tanto di più una cosa, quanto è più straniera. I più ambiziosi ridono e applaudono, e, come gli asini, muovono le orecchie dando ad intendere agli altri di avere capito tutto.

.............................
Con quale altro più nobile appellativo potrebbe la dea Follia chiamare i suoi iniziati? Ma poiché non a molti sono ugualmente noti i miei maggiori, con l'aiuto delle Muse tenterò di parlarne.


venerdì 22 giugno 2018

1. ERASMO DA ROTTERDAM

Erasmo da Rotterdam è colui che per la prima volta ha impiegato il termine Follia nei testi scritti nella storia. Egli impiegò il SARCASMO per mettere in mostra la decadenza morale della società del suo tempo, a partire dalla Chiesa. La sua opera massima, "L'ELOGIO ALLA FOLLIA" parte proprio dalla assunto base che il mondo intero è dominato dalla follia. Secondo Erasmo da Rotterdam il rapporto tra follia e ragione è una relazione tra simili, come se una rispecchiasse l'altra. In questo senso, la Follia, nel suo Elogio, non solo dice la verità sulla follia, ma anche sulla ragione. Le controversie tra Lutero ed Erasmo nella storia si acuirono intorno al tema del LIBERO ARBITRIO: secondo il primo infatti, l'uomo non aveva la possibilità di scegliere tra il bene e il male ed era totalmente dipendente dalla volontà di Dio; secondo Erasmo da Rotterdam invece, rifiutare il libero arbitrio significava negare la dignità e il valore dell'uomo, cioè i principi stessi dell'Umanesimo a cui si ispirava. Fu questo un primo input di ribellione interiore in Erasmo che gli fece sbocciare dentro di lui dei granelli della Follia Reekiana. E' proprio in questo contesto che l'uomo si riserva la libertà d'azione grazie ala sua volontà infinita ma impressa in una vita in cui possiede un intelletto limitato e finito. Erasmo da Rotterdam è stato il primo a studiare la Follia e nel fare questo, doveva essere anche lui medesimo un Folle. Egli ha posto tutto il suo lavoro alla libertà di agire secondo la propria volontà, senza influenze e condizionamenti esterni. Mentre fino a quel momento era diffusa e prevaleva fermamente la teoria luteriana per cui l'uomo non aveva la possibilità di scegliere tra bene e male ed era totalmente dipendente dalla volontà di Dio, secondo Erasmo invece, rifiutare il libero arbitrio significava negare la dignità e il valore dell’uomo, cioè i principi stessi dell’Umanesimo a cui si ispirava. Fu questo un primo input di ribellione interne che fece sbocciare la Follia Reekiana in Erasmo; in questo contesto, l’uomo si riserva la libertà di azione grazie alla sua volontà infinita e il suo intelletto finito..
La sua figura di intellettuale, sia in campo filosofico che teologico, non si risolve in maniera completa, ma spesso si lascia guidare dalla necessità della polemica: lo sforzo di Erasmo è mettere sullo stesso piano la fede con l'erudizione e il bello stile come se fossero valori equivalenti.

L'ELOGIO ALLA FOLLIA

TORNA A I FOLLI PERSONAGGI NELLA STORIA DELL'UMANITA'

VAI AL MENU' DEL SITO WEB

COMMENTI PER IL LETTORE:
2. CHARLES BAUDELAIRE

Charles Baudelaire è uno dei maggiori esponenti del simbolismo francese e il precursore del Decadentismo, incarnazione del “poeta maledetto” per eccellenza.

I FIORI DEL MALE DI BAUDELAIRE
Divide l’opera in 6 sezioni:
1.Noia e ideale
2. Quadri Parigini
3. Il vino
4. I fiori del male
5. La rivolta
6. La morte

Le poesie non sono ordinate secondo criteri cronologici, ma costituiscono una sorta di percorso esistenziale del poeta che inizia con la presa di coscienza sulla sua diversità rispetto al mondo esterno, e la sua alienazione. Il male di vivere scaturito da questa situazione porta l’autore a rifugiarsi nell’alcool, nella droga, negli amori distruttivi, unici mezzi per estraniarlo dalla realtà e fargli scoprire l’irrazionalità e un “oltre” raggiungibile solo con l’arte. Tuttavia, Baudelaire arriva alla fine a ribellarsi a Dio, rifiutando totalmente il mondo tramite la morte.

BAUDELARE, I FIORI DEL MALE: STILE.
I fiori del male è uno dei massimi esempi del Simbolismo, in quanto Charles Baudelaire crea un modo nuovo di fare poesia, con l’utilizzo di versi liberi, di un linguaggio allusivo e nuovo, musicale e simbolico. Le parole non hanno più il significato che viene loro generalmente attribuito, ma vengono caricate di un significato più profondo, nascosto, allusivo e fonico, diventando simboli e portali che conducono a un’altra realtà. In questo senso, la poesia più significativa è senz’altro Correspondances (Corrispondenze), in cui Baudelaire crea dei legami tra il reale e la poesia. La realtà concreta, la Natura nasconde dei legami invisibili tra le cose, ogni oggetto è simbolo di qualcos’altro. È il poeta colui che riesce a comprendere questi simboli che si nascondono dietro alla realtà e li rivela agli altri uomini. L’opera si caratterizza per l’uso di molte figure retoriche, come l’analogia, la sinestesia, la metafora. Il titolo stesso del capolavoro è un ossimoro a livello di significato: i fiori rappresentano la bellezza che solo l’arte può creare, mentre il “male” è il simbolo della corruzione e del degrado della società in cui Baudelaire viveva.

I FIORI DEL MALE: TEMATICHE. 
Le SPLEEN e l’IDEALE: nella prima sezione il poeta esprime la sua dualità profonda tra il male di vivere dato dalla realtà decadente, priva di valore, la noia (LE SPLEEN) e la bellezza che può essere espressa solo tramite l’arte e la poesia. 
Le corrispondenze: come spiegato in precedenza, la Natura viene vista da Baudelaire come una serie di simboli che celano significati nascosti, i quali possono essere evocati solo dal poeta.
LA FOLLIA: in Quadri di Parigi, compare il tema della follia, stato d’animo sofferente dell’autore, ma anche mezzo per perdersi e allontanarsi dalla volgarità del reale.
La città: la città è sinonimo di corruzione, volgarità, ma assume anche l’aspetto di un luogo magico in cui perdersi e ritrovarsi.
Il vino e i paradisi artificiali: nella terza sezione il vino, Baudelaire parla del vino, dell’alcol, delle droghe, della dissolutezza come unici mezzi per mettere a tacere la sua disperazione.
La rivolta contro Dio: quando la sofferenza si fa troppo grande, il poeta impreca contro Dio e si ribella a lui.
La morte: è vista da Baudelaire come l’ultimo tentativo, la speranza più grande e l’ultima illusione per fuggire dal male di vivere.


CHARLES BAUDELAIRE, RECENSIONE I FIORI DEL MALE: POETICA, SIMBOLISMO E DECADENTISMO.
L’opera di Charles Baudelaire ha riscosso una fortuna immensa, tanto da essere considerato oggi uno dei poeti più importanti dell’800 e non solo. Padre dei simbolisti e idolo dei decadenti, Baudelaire ha ispirato tutti i suoi successori illustri, come Rimbaud, Breton, Mallarmé, ma anche Pascoli, D’Annunzio, Pirandello e Svevo. I fiori del male colpisce per il contrasto tra il basso e l’alto, il brutto e il bello, l’osceno e la purezza ideale, percepiti dal poeta come due poli opposti. La sua poesia è al tempo stesso una sintesi e un superamento del romanticismo, annunciando così gli sviluppi del simbolismo e della poesia moderna. Poesia che in Baudelaire diventa un’intuizione, fatta di evocazioni che solo il poeta può cogliere per svelare ciò che si nasconde dietro la realtà. Allo stesso tempo, però, la poesia non è improvvisazione, ma richiede un faticoso studio e affinamento dei mezzi espressivi. Lo stesso Baudelaire è innovatore, ma continua a utilizzare elementi della poesia classica come l’alessandrino e la rima. Il poeta è quindi un’anima elevata che riesce a trasformare “il fango in oro”. Tuttavia, la poesia non ha fini né morali, né di divulgazione della verità né di insegnamento: “la poesia non ha altro scopo che se stessa” onde avviarci ad un FOLLE CAMMINO per raggiungere la nostra personale FELICITA' INTERIORE VERSO UN COMPLETAMENTO ULTIMO DI NOI STESSI.



3. DINO CAMPANA

L’amore nei poeti è linfa vitale, per la natura, per la donna, per il cosmo, per lui è fame divorante…

«Per le rose che furono calpestate presso l’orlo della mia veste. Io ch’ero la vita…»

Dino nacque il 20 agosto 1885 a Marradi, un fazzoletto di terra in provincia di Firenze, al confine con la Romagna, un tempo si sarebbe detto, sta sulla linea Gotica. Campana era un poeta considerato dalla societa comune “matto”. Suo padre era maestro elementare, la madre, molto cattolica, avrà sempre un rapporto molto difficile con il figlio. Che Campana fosse “el matt” del paese lo capiscono subito tutti sin da quando aveva 15 anni, ma questo non gli avrebbe impedito di studiare, prendere la maturità e iscriversi all’università. Poi era inquieto: partiva e tornava, fuggiva verso viaggi misteriosi in Argentina, di cui si sa poco, e testimoniati dai suoi versi. E c’è persino il dubbio che non fosse neanche così matto, così si pensa, almeno fino a un certo momento. 

Dino soffriva di una malattia venerea, la sifilide, che porta nella sua evoluzione peggiore alla malattia mentale.

L’amore lo conobbe tardi, poco, impreparato e con l’anima in disordine. Sibilla Aleramo era più grande. Di nome faceva Rina Faccio ed era una donna fatale, bella e famosa da quando aveva pubblicato un romanzo che in parte raccontava la sua storia. Sibilla Aleramo lo amò per il suo talento, per la verità che le ispirava, incapace, alla fine, di contenere tanto dolore.

Come poeta fu riconosciuto dopo l’internamento definitivo in manicomio, dopo la morte. L’amore lo conobbe tardi, poco, impreparato e con l’anima in disordine. Sibilla Aleramo era una donna fatale, bella e famosa da quando aveva pubblicato un romanzo che in parte raccontava la sua storia: "Una donna". Manifesto per decenni del femminismo italiano, perché narrava della violenza subita a 15 anni, del matrimonio riparatore e della presa di coscienza e del coraggio di lasciar poi quell’uomo violento e prepotente. Sibilla Aleramo lo amò per il suo talento, per la verità che le ispirava, incapace, alla fine, di contenere tanto dolore.


Vi amai nella città dove per sole
Strade si posa il passo illanguidito
Dove una pace tenera che piove
A sera il cuore non sazio e non pentito
Volge a un’ambigua primavera in viole
Lontane sopra il cielo impallidito.

Quando Campana la incontra lei ha quarant’anni. Lui quasi dieci di meno. Lui ha già attraversato momenti difficili, e ricoveri per crisi ossessive. 

È il 3 agosto 1916, ed è mattino presto quando si incontrano la prima volta. Dalla corriera che si arrampica sino al paesino scende un personaggio che nessuno fino ad allora aveva mai visto. Una donna in bianco con un grande cappello: va dritta verso Dino Campana che la aspetta appoggiato a un muretto. Lei concede a Dino una passione che lui non pensava di poter mettere nei sensi, ma al massimo nella letteratura, nell’amore per i versi e per i poeti. Dino non resiste affatto, tanto per capirci. Sibilla lo seduce nel senso etimologico del termine. Lo porta su una nuova strada: «Sei mai stato amato, Dino? Tremavi…», e via dicendo. 
Il luogo lontano da ogni civiltà, e soprattutto da ogni civiltà letteraria, quella frequentata assai vantaggiosamente da Sibilla, e che faceva infuriare e frustrava Dino, che non si sentiva compreso, e riteneva di essere snobbato, avevano fatto il resto.

POCO TEMPO PRIMA LEI GLI AVEVA SCRITTO, DOPO LA LETTURA DEI CANTI ORFICI: «CHIUDO IL TUO LIBRO, LE MIE TRECCE SCIOLGO».


   Eccola la seduzione. I Canti Orfici erano e sono indubbiamente un capolavoro, oggi lo sappiamo bene. Sulle trecce dell’Aleramo si potrebbe discutere, ma l’effetto per Campana è di quelli che non si dimenticano. Lei arriva fino a lì perché sedotta da lui. Lui che aveva condotto un’esistenza priva di sentimenti amorosi fino a quel momento si atteggia un po’ a uomo fatale che non si lascerà coinvolgere. E invece tra i due nasce una passione furibonda. E il termine furibondo non è solo un eufemismo.


Qui accade qualcosa di sottile e terribile, come se l’amore, la passione, avesse generato il disastro aggravando una follia presente ma non così devastante. È come se Sibilla, consapevole di quanto stesse accadendo fosse stata capace di incoraggiare la malattia mentale, come un dolore da portarsi dentro, una colpa finalmente, la colpa di sua madre, la madre di Sibilla appunto, che aveva tentato il suicidio quando lei era bambina. La follia attrae le menti che hanno conosciuto e subito' la follia, e le lega assieme. Dino chiede aiuto a Sibilla, comprende di essere in pericolo. Sibilla lo porta da uno psichiatra. La pazzia di Dino viene dall’infezione venerea e lo psichiatra spiega a Sibilla che non c’è niente da fare, che lui dovrà curarsi a lungo; la prega di andare via, perché non è possibile, perché non c’è scampo, e rischia di ammalarsi anche lei di sifilide.

I suoi Canti Orfici pubblicati a Marradi hanno avuto tiepide e buone critiche, ma la sua vita è su un crinale balordo. Il diritto di persona gli fu negato ben presto dall’incomprensione familiare, dall’educazione repressiva del collegio, da un vizio di poeta che non si adatta alle regole del mondo, che travolge ciò che incontra, come la piena di un fiume.
Il testo dei Canti Orfici, affidato a Papini e Soffici, fu smarrito ed egli lo ricostruì con la fatica e la furia di un gigante che non riesce a ricomporre la propria immagine. Dalla sua Follia di poeta emergono visioni notturne, di un giorno che precipita rapidamente nella malinconia della sera, nel tremore notturno, nel buio dello spirito.


Pensare nel languore
Catastrofi lontane
Mentre colle sue antenne
E le sue luci un grande
Cimitero il tuo porto
Ne la città voluttuosa
Scuotevasi il mare profondo
Caldo ambiguo il silenzio sullo sfondo
Le navi inermi drizzavansi in balzi
Terrifici al cielo
Allucinate di aurora
Elettrica inumana, risplendente
A la poppa ne l’occhio incandescente


Tutto questo lo portò, ribelle e disperato, a fughe, ritorni, viaggi, illusioni, chimere, prostitute, visioni deliranti, ricoveri nei manicomi.

Acqua di mare amaro
Che esali nella notte:
Verso le eterne rotte
Il mio destino prepara
Mare che batti come un cuore stanco
Violentato dalla voglia atroce

Di un Essere insaziato che si strugge…

Lui è un barbaro poeta, soffre di ossessioni, di cattivi pensieri, non dorme la notte, ha la percezione del suo talento, ma anche addosso la tristezza e la pacata gentilezza di chi trova ogni tanto uno spiraglio nella sua mente che gli consente di capire con più profondità di altri. Lei è lei, sempre al centro delle cose, sempre una nota fuori posto sopra l’ultimo rigo del pentagramma: quando scriveva, quando parlava, quando amava, quando viaggiava. Un’eroina romantica delle lettere con un talento per il cattivo gusto, ma anche con un talento e un coraggio per il vivere con intensità.

Lei concede a Dino una passione che lui non pensava di poter mettere nei sensi, ma al massimo nella letteratura, nell’amore per i versi e per i poeti. Dino non resiste affatto, tanto per capirci. Sibilla lo seduce nel senso etimologico del termine. Lo porta su una nuova strada: «Sei mai stato amato, Dino? Tremavi…», e via dicendo. Il luogo lontano da ogni civiltà, e soprattutto da ogni civiltà letteraria, quella frequentata assai vantaggiosamente da Sibilla, e che faceva infuriare e frustrava Dino, che non si sentiva compreso, e riteneva di essere snobbato, avevano fatto il resto. 

Sibilla decide che non lo vedrà più: è il 21 gennaio 1917. Lui va in ospedale per curarsi, lei non dovrebbe più farsi viva. Sarebbe meglio così. Sarebbe, appunto. Ma tutto questo non accade. Perché dopo un mese di cure lui è più calmo e lei cosa fa? Comincia a mandargli lettere.

Lui le chiede però di tornare. Lei risponde di no, ma poi scrive: «ti amo ancora». E non solo, cominciano missive appassionate e d’amor perduto. È un vero e proprio gioco a nascondino. Sibilla gli scrive: non mi troverai mai. Ma gli fa capire dove si trova. Lui parte per andarla a cercare, e lei si sposta da un luogo a un altro, da una città a un’altra. Accentuando la disperazione di Dino, e probabilmente la sua follia. Perché lo fa? Per lo scrittore Sebastiano Vassalli perché è sadica e crudele. Per i simpatizzanti di Sibilla per eccesso di passione. Per chi leggesse con attenzione il carteggio di Sibilla con Dino perché lei vive l’amore profondo e intenso come distruzione totale. Lo cerca e fugge, dice di amarlo e lo schiva. Forse se Dino fosse stato meno pazzo sarebbe stata la sua vera storia d’amore. Ma se fosse stato meno pazzo Dino e Sibilla non si sarebbero non amati (e dico proprio non amati) in quel modo.

Le esperienze non riescono a collocarsi, a integrarsi sopra un fondale certo e sicuro, sono vissute separatamente, come lampi di luce, schegge di dolore. I frammenti della poetica sono intessuti, tenuti insieme dal sublime linguaggio, quasi forza primigenia che li contiene, con armonia.

In un momento
Sono sfiorite le rose
I petali caduti
Perché io non potevo dimenticare le rose
Col nostro sangue e colle nostre lagrime facevamo le rose

Che brillavano un momento al sole del mattino.

Il solo suo strumento è la parola, incompresa, rigettata, nascosta che rimane incontaminata proprio perché non usata, non sfruttata. Perla di un’ostrica che il fato ha voluto isolare, rinchiudere. La poesia non tollera reclusioni, il canto è liberazione dagli affanni, è desiderio, è sogno, ricordanza, avvenire che fluisce e allora la parola costretta al silenzio di Dino Campana, si sprigiona e s’innalza come urlo, come lama, come luna elettrica, come pura energia poetica.

O poesia poesia poesia
Sorgi, sorgi, sorgi
Su, dalla febbre elettrica del selciato notturno
Sfrénati dalle classiche silhouettes equivoche
Guizza nello scatto e nell’urlo improvviso…

Lui ormai la vita l’aveva rinchiusa dentro le mura del manicomio. In una lettera a un amico, due anni prima di morire, scrisse: «Tutto va per il meglio, nel peggiore dei mondi possibili». Chissà quante volte ripensò ancora alla sua Sibilla.

Il finale di questa storia vede Sibilla ad un certo punto di smettere davvero di cercarlo, ma Dino non era più in grado, completamente, di vivere e persino di scrivere per Lei. Fu internato in manicomio un anno dopo, nel 1918. Non uscì mai più, fino alla morte, nel 1932. Il suo tempo scandito dalle sedute di elettroshock. Di lui rimangono i meravigliosi Canti Orfici e i colloqui con il suo psichiatra, Carlo Pariani. Sibilla ha vissuto fino al 1960, diventando l’icona della passione, del movimento femminista, cambiando amanti, spesso giovanissimi fino agli ultimi giorni. Una donna ha venduto centinaia di migliaia di copie. 

Le crisi nervose si acutizzarono, come pure i frequenti sbalzi di umore, a causa dei difficili rapporti con la famiglia, soprattutto con la madre, e della vita monotona del paese natio. ECCO QUI IL GENERARSI DELLA FOLLIA DAL PUNTO PRIMO DI BASE RAPPRESENTATO DA QUELLA FORMA DI DOLORE CHE NELLA VITA DI FEDERICO HA CREATO LA SUA VESTE INCONSCIA DI REEKO


TORNA A I FOLLI PERSONAGGI NELLA STORIA DELL'UMANITA'
4. EDGAR ALLAN POE



TORNA A I FOLLI PERSONAGGI NELLA STORIA DELL'UMANITA'
5. SYLVIA PLATH


TORNA A I FOLLI PERSONAGGI NELLA STORIA DELL'UMANITA'
6. SIGMUND FREUD


TORNA A I FOLLI PERSONAGGI NELLA STORIA DELL'UMANITA'
7. JOHN NASH



TORNA A I FOLLI PERSONAGGI NELLA STORIA DELL'UMANITA'
8. LUIGI PIRANDELLO

Pirandello analizzò il tema della Follia sotto molti aspetti, tra l'altro sua moglie soffriva di una malattia mentale, e riuscì a capire e ad analizzare il ruolo del Folle come l'unico capace di capire la funzione delle maschere: GENIO e FOLLIA, CREATIVITA' e MALATTIA INSIEME. E' evidente che gli artisti talentuosi debbano essere necessariamente personaggi diversi dal comune, quasi come se un pizzico di Follia fosse la condizione principale per l'esistenza del GENIO o come direbbe più specificatamente Reeko, del FOLLE considerato nella sua visione per cui egli riesce a pensare diversamente riuscendo ad ANDARE OLTRE la più scontata prospettiva di ciò che gli sta intorno poiché le sue basi non sono più quelle comuni. La Follia allora, è il grande tema del'intera opera pirandelliana; lo scrittore non lesse Freud ma i suoi testi sono un continuo richiamo alla FOLLIA, all'INCONSCIO e al SOGNO. Pirandello nello specifico inizia la sua narrativa riflettendo sull'OPPOSTO DELLA FOLLIA o "SPASMO INCONTROLLATO D'AZIONE" definito PAZZIA, in seguito alle crisi della moglie. Nella sua filosofia letteraria, il tema della Follia è legato all'idea per cui la PERSONALITA' DEGLI UOMINI NON E' UNA MA MOLTEPLICI e i suoi PERSONAGGI SI SDOPPIANO CON PIU' PERSONALITA'; QUESTE QUALIFICANO UN UOMO SOLAMENTE IN UNO STATO DI CONTINUA ILLUSIONE CHE VIENE IDENTIFICATO NELL'INDOSSARE UNA MASCHERA IN OGNI PARTICOLARE CIRCOSTANZA D'AZIONE; grazie a queste egli dal CAOS DELLA REALTA' IN CUI E' IMMERSO, si ADEGUA ALLA PARTICOLARE CIRCOSTANZA PRESENTE NELL'AZIONE DIRETTA IN QUEL PARTICOLARE MOMENTO: noi crediamo di essere "UNO" per noi stessi e per gli altri, ma in realtà siamo "CENTOMILA" INDIVIDUI DIVERSI A SECONDA DELLA PARTICOLARE VISIONE CHE CI RIGUARDA. E' proprio questo molteplice sdoppiamento di personalità che nella filosofia e negli ideali di vita che caratterizzano il fluire poetico di Federico, egli ENFATIZZA IL SUO SPIRITO ATTRAVERSO UNA POETICA TESA A RIPRISTINARE UNO STATO DI EQUILIBRIO PROPRIO INFONDENDOGLI UNA NUOVA FORZA DIVERSA DA PRIMA, RIUSCENDOGLI A FAR RAGGIUNGERE LA PERFEZIONE INTRINSECA CHE MANCA GRAZIE AL SENTIMENTO POETICO CHE RIESCE A GENERARGLI LA FORZA INTERIORE SUFFICIENTE PER FARLO. Grazie a questo così Federico per mezzo di Reeko riesce ad "ANDARE OLTRE" il suo stato di DOLORE INIZIALE.
UNO, NESSUNO E CENTOMILA
Questo romanzo, l'ultimo di Pirandello, pubblicato nel 1926, riesce a sintetizzare il pensiero dell'autore nel modo più completo. Il protagonista Vitangelo Moscarda, è un imprenditore che impone agli amministratori di liquidare la banca paterna mentre in famiglia maltratta la moglie Dida (che pur lo ama) e la induce a lasciarlo. Ella è una delle amministratrici insieme al suocero, e finisce irreparabilmente a lasciarlo. Viene informato dopo l'accaduto da Anna Rosa, un'amica di Dida, che egli, rivelandogli le proprie considerazioni sull'inconsistenza della persona, sulle forme che gli altri ci impongono, l'affascina, ma fa anche saltare il suo equilibrio psichico, e la donna, con gesto improvviso ed inspiegabile, riesce a far saltare il suo famigerato equilibrio psichico, e la donna, con gesto improvviso ed inspiegabile, gli spara, ferendolo gravemente. Ne nasce uno scandalo enorme: tutta la città è convinta che tra lui ed Anna Rosa ci sia una relazione colpevole. Vitangelo arriva infine, a donare tutti i suoi averi alla costruzione di un ospizio d mendicità, ed egli stesso alla fine ci viene ricoverato. Il protagonista, in questo ospizio arriverà alla PAZZIA TOTALE, dove però si sentirà LIBERO DA OGNI REGOLA, in quanto le sue sensazioni lo porteranno a VEDERE IL MONDO SOTTO UN'ALTRA PROSPETTIVA (la generazione di una FOLLE PREVISIONE DI UN'ESISTENZA). Vitangelo Moscarda conclude che PER USCIRE DALLA PRIGIONE IN CUI LA VITA RINCHIUDE, NON BASTA CAMBIARE NOME, L'UNICO MODO PER VIVERE IN OGNI ISTANTE, E' VIVERE ATTIMO PER ATTIMO RINASCENDO CONTINUAMENTE IN MODO DIVERSO (attraverso una FOLLE RINASCITA per l'appunto); l'uomo è quindi uno e la realtà non è oggettiva; il protagonista passa a considerarsi unico, UNO PER TUTTI, al concepire che egli non è un nulla, NESSUNO PER GLI ALTRI attraverso la presa di coscienza dei vari se stesso che vi sono in rapporto con questo, CENTOMILA; in questo modo LA REALTA' PERDE LA SUA OGGETTIVITA' ANDANDO A FINIRE NEL MONDO DEL RELATIVISMO PIU' TOTALE; nel suo tentativo di distruggere i CENTOMILA , Vitangelo viene preso per PAZZO dalla gente che non vuole accettare che l mondo concretamente sia diverso da come lo immaginava poiché non riesce ad accettare LA CONSAPEVOLEZZA DELLA CONDIZIONE NUOVA SOTTOLINEATA DALLO SCRITTORE. Vitangelo Moscarda invece rappresenta COLUI CHE HA CAPITO CHE LE PERSONE SONO SCHIAVE DEGLI ALTRI E DI SE STESSE; egli vede gli altri vivere in questa trappola, ma neanche lui ne è completamente libero (COME HA FATTO FEDERICO CREANDO IL SUO FOLLE FRATELLO INCONSCIO REEKO): il fatto che la gente lo abbia preso per PAZZO, è LA DIMOSTRAZIONE CHE E' IMPOSSIBILE DISTRUGGERE LE CENTOMILA IMMAGINI, A LUI ESTRANEE, CHE GLI ALTRI HANNO DI LUI. LA FRANTUMAZIONE DELL'IO E' IN CONCLUSIONE L'UNICA SOLUZIONE AFFRONTABILE PER L'UMANITA' SE DESIDERA UNA VITA OTTIMALE (così come la LA FOLLE ACCETTAZIONE DI FEDERICO, DELLA SUA FOLLE MATURAZIONE). Nell'opera c'è la rappresentazione della FOLLIA nel suo estremo negativo: LA PAZZIA e non con il termine di FOLLIA utilizzato come UN SINONIMO DI QUESTO. Nella poetica di Reeko, quest'ultima rappresenta l'APICE OPPOSTO ESTREMO DALLA PARTE NEGATIVA DELLA RETTA DI VITA. LA FOLLIA reekiana invece, si può definire una sorta di PAZZIA RAGIONATO E CONTROLLATA e che continuando ad utilizzare la metafora aritmetica, SI POSIZIONA NELL'ESTREMO POSITIVO DELLA PERSONALE RETTA DI VITA. Ciò si caratterizza solamente per il fatto che questa COME LA PAZZIA, NASCE E MATURA NEGLI ANGOLI PIU' NASCOSTI DELL'INCONSCIO e SI MUOVE IN BASE A REGOLE SI' CONFORMI AL REALE, MA CHE SI ESPLICANO IN CONSUETUDINI DIVERSE DALLA NORMA COMUNE.

TORNA A I FOLLI PERSONAGGI NELLA STORIA DELL'UMANITA'

VAI AL MENU' DEL SITO WEB

COMMENTI PER IL LETTORE:
9. VINCENT VAN GOGH



TORNA A I FOLLI PERSONAGGI NELLA STORIA DELL'UMANITA'

lunedì 18 giugno 2018

+******************************+
+******************************+

@@@ 82 - @@@@@ 195 BUIO DI VERO 

La falsità di chi ti fidi
mette ribrezzo
ed è qui che ti decidi
di usar mezzo
che a puro caso affidi.

E’ quel suo comportamento
prima limpido e adesso non chiaro
che mi causa l’abbattimento
nell'agir utilizzando segnale faro,
le avvisaglie di scuotimento.

Sono quelle sue gesta
prima schiette e or non più chiare
che la fiducia arresta
in un continuo interior rimuginare
con insicurezza desta
sull’azione che si viene a formaree che la terra calpesta.

Più tetro buio allora mi colpisce
con un’azione che prima era sincera,
ma adesso via lontano spedisce
quella solar stima che tra noi c’era.

Ho al momento paura che l’oscurità tra noi cada
spegnendo la speranza di perfezione
dopo quella triste evidenza che non più aggrada
vista la luce impercettibile nell’azione.

VAI AL MENU' DEL BLOG


COMMENTI DEL LETTORE:

sabato 16 giugno 2018

8. PYRAMID SONG 
I jumped in the river and what did I see?
Black-eyed angels swimming with me
A moon full of stars and astral cars
All the figures i used to see
All my lovers were there with me
All my past and futures
And we all went to heaven in a little row boat
There was nothing to fear and nothing to doubt
I jumped in the river
Black-eyed angels swimming with me
A moon full of stars and astral cars
All the figures i used to see
All my lovers were there with me
All my past and futures
And we all went to heaven
In a little row boat
There was nothing to fear and nothing to doubt
There was nothing to fear and nothing to doubt
There was nothing to fear and nothing to doubt
There was nothing to fear and nothing to doubt.

TRADUZIONE E COMMENTO:

2. CANZONE DELLA PIRAMIDE
Mi sono gettato nel fiume e cosa ho visto?
Angeli degli occhi neri nuotavano con me
Una luna piena di stelle e di macchine astrali
E tutte le apparizioni che ero solito vedere
Tutti coloro che avevo amato erano lì con me
Il mio intero passato e i miei possibili futuri
E siamo andati tutti in paradiso su una piccola barca a remi
Non c’era niente di cui aver paura e niente di cui dubitare
Mi sono gettato nel fiume
Angeli degli occhi neri nuotavano con me
Una luna piena di stelle e di macchine astrali
E tutte le apparizioni che ero solito vedere
Tutti coloro che avevo amato erano lì con me
Il mio intero passato e i miei possibili futuri
E tutti insieme siamo andati in paradiso
Su una piccola barca a remi
Non c’era niente di cui aver paura e niente di cui dubitare
Non c’era niente di cui aver paura e niente di cui dubitare
Non c’era niente di cui aver paura e niente di cui dubitare
Non c’era niente di cui aver paura e niente di cui dubitare.
LIVE

ALBUM:AMNESIAC
COMMENTO:
Pyramid Song è stato il primo singolo pubblicato dai Radiohead dopo 3 anni di silenzio. 

lunedì 11 giugno 2018

+******************************+
+******************************+

@@@ 81 - @@@@@ 194 GEMY IL LADRO DI RICORDI: LA DISTRUZIONE DEL PASSATO

Troppa, troppa, una eccessiva fiducia
a chi consideravo il Folle condottiero,
che invece ha mostrato come si cucia
folta tristezza all'amico avventuriero.

E' riuscito a distruggere un altro
mio prezioso ricordo stupendo
muovendosi davanti a me scaltro
onde fare scaturir l'orrendo
punto senza precedenti peraltro.

Sono le quattro di notte proprio adesso
e domattina ohimè lavoro:
vorrei ficcarmi giù nel fondo del cesso
che osservar vecchio oro
perder valor per tale squallido annesso.

Quella sua azione mai contraddetta,
è piombata nel disgusto
di vedere modo di raggiungere vetta
che non offre più gusto.

Ma i LIKE DI FACEBOOK infine?
SQUALLIDA VERGOGNA!!
Mi vedevo immobile la loro fine
tagliati a gogna
spostati ad un altro post affine
sparendo a fogna.

E' riuscito a distruggere un altro
bel tassello in quella storia
di amico che ha cercato peraltro
di esalarlo sempre alla gloria.

Speriamo infine che Ego adesso,
come ha fatto lui non mi tradisca: 
mi baserò su quel forte annesso
che rappresentando l'Io stesso,

la nostra affinità poi non perisca.

VAI AL MENU' DEL BLOG


COMMENTI DEL LETTORE:

venerdì 8 giugno 2018

+*********************************+
+*********************************+
 

@@ 75 - @@@@@ 193 DA REEKO A FEDE: AUGURANDOMI UN BUON COMPLEANNO

L'anno oltrepassa le spalle
lasciando dietro dei ricordi
che si atteggiano a farfalle
in bellezze che non scordi.

Reeko ha insegnato a Fede
a creare ideal dibattito
nella maniera che con fede
amplifica quel battito
che si creò quando mi diede
giù nell'interiore attico
ampiezza nuova come sede.

Risultanza innovativa
coprì il suo stato esistenziale
traducendosi in attiva
consuetudin che cuor assale
ad un punto che arriva
fino al tuo fondo più abissale.

Lo scorrere del tempo tuttavia
avanza senza delle pause
ma muoviam con gran allegria
motivando di quelle cause
che ci potevano offrire l'agonia.

Con testa alta allora,
più maturi si avanza,
godendo di ogni ora
il secondo in stanza
dove l'Ego si adora.

Lui è altro e la nostra sostanza,
che scaltro si confida
creando interiore abbondanza
che di me non diffida.

COMMENTO:
alla faccia di Aruba, posto la mia poesia di auguri su Facebook: AUGURI FEDE. Ah!! Dimenticavo: auguri anche a te Ego...(;
 

VAI ALLA PAGINA FACEBOOK


TORNA AL MENU' DEL BLOG


COMMENTI DEL LETTORE:

sabato 2 giugno 2018

FAUST ARP

Wakey wakey
Rise and shine
It's on again, off again, on again
Watch me fall
Like dominoes
In pretty patterns
Fingers in
The blackbird pie
I'm tingling tingling tingling
It's what you feel now
What you ought to what you ought to
Reasonable and sensible

[Hook 1]
Dead from the neck up
I guess I'm stuffed, stuffed, stuffed
We thought you had it in you
But no no no
For no real reason

[Verse 2]
Squeeze the tubes and empty bottles
And take a bow take a bow take a bow
It's what you feel now
What you ought to what you ought to
An elephant that's in the room is
Tumbling, tumbling, tumbling
In duplicate and triplicate and
Plastic bags and
Duplicate and triplicate

[Hook 2]
Dead from the neck up
I guess I'm stuck, stuck, stuck
We thought you had it in you
But no no no
Exactly where do you get off
Is enough, is enough, is enough?
I love you but enough is enough, enough of that stuff
There's no real reason

[Outro]
You've got a head full of feathers
You got melted to butter

COMMENTO CANZONE:
Faust non è soltanto una leggenda eternata da Goethe. Gli appassionati di rock non avranno esitazioni a volgere il pensiero ad una vecchia band tedesca, i Faust, esempio di kraut-rock seminale e caro ai Radiohead. Chi era Faust? La leggenda deriva da un Johann Faust (1480-1540), astrologo e alchimista tedesco, che giurava di poter ripetere i miracoli di Cristo. Morì in circostanze mai chiarite che avallarono la leggenda di un patto con il diavolo. Nel libro di Goethe, il Faust è un individuo eroico che si batte per la scoperta del senso della vita: consapevole dei limiti dell'umana conoscenza, si dispera per sublimarsi, e capire l'essenza dell'esistenza.


VAI ALLA FASE PREPARATIVA AL CONCERTO RADIOHEAD FIRENZE 14-06-2017